ExperimentalFilmSociety

Intervista con l'Experimental Film Society (seconda parte)

In collaborazione con Federica Iodice 
Traduzione dall'inglese di Silvia Tarquini
E' disponibile sul blog la versione originale in inglese dell'intervista: http://j.mp/EFS_part_two
Questa intervista e' parte di un progetto Artdigiland supportato dall'Accademia di Belle Arti di Napoli

L'Experimental Film Society è un collettivo indipendente di cinema sperimentale, fondato nel 2000 dal regista iraniano Rouzbeh Rashidi e con sede a Dublino. EFS è un progetto che unisce diversi filmmaker da tutto il mondo, legati dalla comune ricerca di un cinema "altro". www.experimentalfilmsociety.com 

 

Alberto Moravia in Il disprezzo scrive: «la maniera meccanica e abitudinaria con la quale si fabbrica la sceneggiatura rassomiglia forte a una specie di stupro dell'ingegno»... Voi che rapporto avete con la scrittura?

Le Cain: Noi abbiamo un’avversione a lavorare in questo modo: avere un progetto e andare ad illustrarlo. Questo per cercare di impiegare tutte le varie tecniche e possibilità, non solo riguardo ad attrezzature e situazioni, ma anche riguardo a ciò che si incontra strada facendo: che cosa sta succedendo in un giorno particolare, che luce c’è, gli incidenti, l’ispirazione che viene da un luogo... Siamo interessati a tutte queste cose, a quanto possano essere potenti in se stesse. A osservare come possiamo dare a queste cose lo spazio per svilupparsi in un film. Quindi, l'idea di partire e dire che abbiamo bisogno di X, Y e Z in questa scena, oppure che per farla abbiamo bisogno di questa e quest’altra ripresa... Non è il modo in cui lavoriamo. Ma, tanto per fare un esempio, uno come Claude Chabrol, che ammiriamo molto, lavorerebbe nel modo esattamente opposto. Per lui, scrivere la sceneggiatura era un processo molto difficile, angoscioso, sofferto. Poi, quando andava sul set, si divertiva e in alcune interviste ha detto che quasi non gli importava quale take di una scena usare. Quindi, quando la sceneggiatura era finita, quando il lavoro duro era fatto, cominciava e lo illustrava con grande abilità.
C’è un altro aspetto… Nell’industria cinematografica la sceneggiatura viene spesso usata come uno strumento di controllo sul film. Una sorta di contratto, un qualcosa che tutela tutt’altro che il controllo del film da parte del regista. Suppongo che noi non potremmo funzionare molto bene in una situazione come questa.

Rashidi: Inoltre forse vale la pena di ricordare che si tratta di una scelta. Si può scegliere di fare un film come Kurosawa, Hitchcock o Kubrick... Sapere in anticipo che cosa si vuole fare, avere un'idea molto chiara, disporre di un progetto. Oppure scegliere di fare qualcosa di simile ai primi film di Philippe Garrel o Werner Schroeter. Qualcosa di simile ad una scoperta, che riguardi le immagini e il suono. Che riguardi non solo i limiti del cinema, ma i nostri stessi limiti. Noi preferiamo sempre iniziare dall’immagine e dal suono, piuttosto che da un testo. Non è necessariamente meglio, è solo un modo diverso di fare cinema. A noi semplicemente accade di preferire questa seconda modalità. Penso che anche se volessi fare un film da un copione, non ci riuscirei. Potrei scrivere una sceneggiatura per ottenere dei finanziamenti, ma non riesco proprio a “illustrare”, non ho questa capacità. Non è una questione di volontà, cosciente, proprio non riesco a farlo.

Le Cain: Io ho provato, ed è stata una catastrofe! Ho ottenuto dei finanziamenti per fare un film da una sceneggiatura e il film è venuto completamente diverso. Quando descriviamo il modo in cui facciamo cinema, molte persone lo trovano strano. Rouzbeh prima ha fatto l’esempio dei musicisti e la musica… Se si guarda alla musica, alla libertà che hanno i musicisti, in particolare i musicisti di improvvisazione, si comprende cosa facciamo noi con il cinema. Non è poi così strano se guardato da questa angolazione.

HE (2012) by Rouzbeh Rashidi

HE (2012) by Rouzbeh Rashidi

Ho letto il vostro manifesto. Inizia con la frase di Jean Cocteau che dice che il cinema è la morte al lavoro. Ogni film è una esperienza di premorte. È questo concetto che porta avanti il vostro lavoro?

Rashidi: Penso di sì. Quello che lui dice è ovviamente suscettibile di interpretazione, ma per noi... Forse sono solo troppo influenzato dal cinema horror, ma per me il cinema ha fortemente il carattere dei morti-viventi. Come un vampiro. Qualcosa che per metà è vivo e per metà è morto. È in un limbo. Non è nell’inferno o nel paradiso... È da qualche parte in purgatorio. Come in un’agonia costante. Si hanno delle immagini, filmi qualcosa ed è finita lì. Ma quando sei al montaggio e le rimetti in circolazione, vivono di una nuova vita. È uno strano ciclo. La stessa cosa riguarda il medium stesso, il fatto che i film siano proiettati al buio e gli strani aggeggi e le macchine che il cinema ha usato fino all’eccesso per creare situazioni fantasmagoriche, come il kinetoscopio o la lanterna magica. Siamo sempre all’horror. C'è sempre qualcosa di inquietante. Credo che sia per questo che questo tipo di cinema sia molto importante per noi.

Le Cain: Il cinema è anche memoria. È un ricordo, la registrazione audio-visiva di qualcosa. È una memoria che può essere soggettiva o oggettiva, ma in ogni caso è qualcosa che si può prelevare e, veramente, lavorare, manipolare, esaminare. E penso che, stando almeno a quanto ho letto, quello che Cocteau voleva dire con quell'espressione riguarda il fatto che tra un mese il video che stai registrando adesso [indica la fotocamera che registra l'intervista], ci mostrerà identici a come siamo ora, mentre in realtà saremo più vecchi di un mese. E l'estensione di questo è che se questo video sopravvive (ancora non sappiamo cosa succederà alla tecnologia digitale) quando noi saremo morti e sepolti questa nostra immagine sarà ancora qui. Si può vedere la gente che invecchia, si può vedere la morte al lavoro.

Rashidi: Sì... Con Max stiamo sviluppando anche alcune altre idee. Lui una volta ha detto una cosa molto importante per me. Ha detto che io voglio che il mio cinema abbia la stessa qualità del cinema dei fratelli Lumière, quando la gente ha visto il treno venire verso lo schermo nei primissimi film. Il vero senso del cinema, quello che era allora. Noi cerchiamo sempre di creare questa atmosfera, per noi stessi. È molto importante per noi. Facciamo film prima di tutto per noi, ognuno prima di tutto per se stesso, poi per gli amici e soltanto poi per un pubblico più ampio. Il modo in cui intendiamo il cinema riguarda direttamente il nostro metabolismo. Penso che sia molto importante capire questo: noi non pianifichiamo, non abbiamo qualcosa come una strategia di marketing, non miriamo a qualcosa di specifico.  Facciamo le cose in modo molto organico.

Le Cain: Per sviluppare un po’ il discorso sui fratelli Lumière, su quel tipo di reazione… Non nel senso dell’ultimo film di Hollywood in 3D! Naturalmente quando la gente ha visto che il treno arrivava verso di loro è scappata  gridando… Non è questo che vogliamo! Ma per noi è quello il senso delle immagini in movimento, quello di quando il cinema era in fase di invenzione e racchiudeva qualcosa di miracoloso. Molti lo troveranno ridicolo, lo so. Ed è qui, suppongo, che ci differenziamo da molti artisti che lavorano in video. Non ci piace che oggi ci siano immagini in movimento ovunque, in tutto il mondo, e che siano così scontate. Che ad un certo punto, lungo la strada, le immagini in movimento siano diventate essenzialmente un mezzo per fornire informazioni piuttosto che qualcosa esperienziale. Solo un mezzo per comunicare le cose, in un modo che funzioni, nel modo più facile e più pigro. Così noi ci rifiutiamo, forse in maniera donchisciottesca, di darne per scontata anche una sola.

Rashidi: …Stavo leggendo un'intervista in cui Fritz Lang parlava del suo ultimo film, Il diabolico dottor Mabuse. Diceva: «Sto solo cercando di concepire un'immagine che si distingua di per sé». Stava parlando in particolare della scena dell'assassinio, all'inizio. È così facile mostrare degli omicidi. Una persona ne uccide un’altra. È facile se si trasmettono solo informazioni. Ma lui ha appositamente creato questo piccolo spillo o ago. E il modo in cui lui spara alla ragazza... Non so perché, ma ha qualcosa di unico. Rimane in testa. Il modo in cui Lang filma le cose… Quando il personaggio con dei grandi piedi entra nella stanza… È una sola inquadratura, dura tre secondi, ma il modo in cui la gira è così misterioso... Adoro questo aspetto di Fritz Lang. È uno dei miei registi preferiti di tutti i tempi. Noi cerchiamo di fare questo. Provare a creare un'immagine che stia in piedi di per sé, come una sorta di entità, separata.

Che reazione hanno le persone davanti ai vostri film?

Le Cain: Di tutti i tipi! Di solito diciamo che l'unica reazione che non ci piace è l'indifferenza. Non ci piace che la gente non venga toccata dal lavoro. Se lo detestano, bene! Se escono dalla sala, fantastico!

Rashidi: Sì, per noi la reazione peggiore è quando le persone guardano il film senza interagire minimamente, se il film non produce nessun effetto…

Le Cain: Cercare di coinvolgere il pubblico nel processo di creazione, infatti, è una parte importante di quello che cerchiamo di fare. Rouzbeh ha sempre avuto una linea che potrebbe sembrare un po' esagerata, ma in realtà è molto interessante: noi forniamo la linea di base e il ritmo di batteria, e sta al pubblico provvedere alla melodia e alle parole. Ovvero, vogliamo che le persone siano consapevoli di se stesse e delle loro reazioni, speriamo insomma che la visione del film diventi un processo di co-creazione. Perché lo abbiamo detto prima: noi scopriamo quello che il nostro film andrà ad essere solo l'ultimo giorno di montaggio. Quindi anche noi siamo spettatori che vedono il film per la prima volta, e ne veniamo sorpresi… Facciamo un passo indietro e scopriamo quello che abbiamo fatto. In questo senso speriamo che il pubblico possa partecipare almeno un po’ a questo processo. E che ognuno possa, forse, andar via con qualcosa di completamente diverso.

Rashidi: Io penso poi che i nostri film, così come stimolano le capacità emotive e intellettuali del pubblico, incoraggino anche l'interazione fisica. Ad esempio, il modo in cui usiamo lo sfarfallio, il montaggio rapido, i colori pesantemente saturi... O la colonna sonora, un mare di suoni che liberiamo sul pubblico. Andando davvero vicino ai limiti della percezione dell’immagine e del suono. Quindi la visione è un processo difficile per gli spettatori. Ma penso che ne valga la pena.

Le Cain: La reazione peggiore che un film può ricevere è: «Non credo di averlo capito». Come se ci fosse una sorta di chiave intellettuale che può sbloccare tutto in un attimo. Questo spettatore poi potrebbe dire: «Ah, è questo che volevate dire!». Come se avessimo un pezzo di informazione, lo avessimo sottratto e tenuto nascosto alla gente, in un modo molto intelligente, proprio come in una sorta di gioco intellettuale. E se si guarda il film in un certo modo e se si hanno informazioni di un certo tipo si arriva a: «Ah, è questo quello che volevate dire!». Ma noi in realtà non abbiamo idea di quello che stiamo dicendo! (ride). È un’esperienza.
Noi cerchiamo, credo, di sopraffare in qualche modo noi stessi e le altre persone. E vorremmo che poi, tutti insieme, cercassimo di combattere per trovare la via d'uscita da questa esperienza. Dipende molto da chi e che cosa sei, e da come il film ti gratifica o ti respinge.

Nel manifesto parlate di catastrofi. Pensate che sia l'unica possibile fine per il cinema?

Le Cain: La vita è una catastrofe!

Rashidi: Sì!

Le Cain: È stato scritto molto sull’idea della fine del cinema. E ora siamo andati oltre. Il cinema è in costante mutamento, e riemerge in modi molto strani, sorprendenti. Nicole Brenez una volta ha detto, se non ricordo male, che tutta l'arte dovrebbe essere una catastrofe. Mi piace molto questa definizione. Da un certo punto di vista, non sono sicuro se ciò che facciamo sia responsabile, o anche socialmente responsabile. Stiamo cercando di provocare, non nel senso della provocazione infantile e delle persone maleducate, ma stiamo cercando di provocare qualcosa. Per creare qualcosa che in qualche modo scuota le persone. E non sappiamo esattamente come questo funzioni. Tornando ai nostri film, essi sono letteralmente degli esperimenti. Non sono sicuro se siano esperimenti in sicurezza. E non sono sicuro di quale altro scopo possano avere se non quello di osservare che tipo di shock provocano, di vedere come reagisce il sistema nervoso. Ma si tratta comunque della pura percezione. In che modo qualcosa ti colpisce quando attraversi la strada? Non sappiamo cosa stiamo per vedere, momento dopo momento.

Rashidi: Penso che per noi sia molto importante anche un’altra questione: si guarda un film in un cinema, in una galleria, in un museo… Va bene; ma cosa succede quando si va via? Noi vorremmo iniettare qualcosa negli spettatori. Qualcosa che duri giorni, mesi o anni dopo che ne hanno fatto esperienza. Che si ricordi come si è vissuta al cinema un’immagine o un dato suono, come ci hanno colpito. E che in qualche modo si voglia anche ricrearli. Per tornare ad essi. Penso che questo sia importante. Per generare le infinite domande per le quali non abbiamo risposta. In questo modo il cinema diventa un coinvolgimento costante. Quando si vede un film di Philippe Garrel degli anni '70… poi è sempre con noi. Un’immagine alla quale non si può sfuggire, che ti sta sempre addosso... Quel ragazzo su un cavallo... E quell’immagine un po'  bloccata. Non come quando si guarda qualcosa e questa cosa poi sparisce per sempre. Ogni film di Hollywood può fare questo. Ma, si sa, che cosa si può fare con i film... La parola “sperimentale” ha tanti lati negativi. Non vogliamo essere necessariamente sperimentali. Ma vogliamo fare qualcosa di diverso. Qualcosa che rimanga con il pubblico. Qualcosa con cui il pubblico possa convivere.

Qual è la sensazione alla fine di un film?  

Rashidi: Sia quando si comincia un film sia quando lo si porta a termine si ha sempre una strana sensazione di perdita e vuoto. Per me è sempre qualcosa di drastico. Forse perché sono una persona molto drastica. Mi piace guardare le cose in modo esagerato. Perché ci sono così tante cose nella vita che non si riescono a fare. L'unico motivo per rimanere “equilibrati” è la follia del cinema. Per me in pratica è anche un modo di vivere. Ho così tanta energia. Sono una persona piena di energia. E voglio fare così tante cose. Voglio viaggiare, ma non posso, per esempio, diciamo per motivi finanziari. Vorrei fare solo un esempio, ma davvero forse non è il caso. Allora quello che si può fare è mettere tutta questa energia nel fare cinema, per rimanere “equilibrati”. Ma quello che succede durante questo processo ha un’essenza davvero particolare, e quando il processo si conclude si ha una sensazione di perdita, di vuoto. Ancora oggi, dopo aver fatto tanti film, tutto questo ancora non mi è chiaro. Ma so che per me è l’unico modo di vivere. Il cinema ha qualità molto terapeutiche. Come dice Apichatpong Weerasethakul, il grande regista thailandese: «Faccio film per mantenere la calma, per avere pace nella mia vita. E poi condivido questo con il pubblico, in secondo luogo». Davvero credo profondamente che sia questo il senso del fare cinema. Vuoi che cerchi di elaborarlo meglio?

Le Cain: Siamo tutti motivati a fare film in maniera estremamente personale. Probabilmente fino al punto che li faremmo anche se nessuno li vedesse, li faremmo per il nostro equilibrio, proprio come hai detto tu. Anche se non ci fosse pellicola nella macchina da presa, dovremmo far finta, dovremmo filmare qualcosa. Io ho le mie ragioni molto personali, leggermente diverse. Credo che fare cinema per me abbia a che fare in qualche maniera con la ricerca di una mediazione tra la mia percezione del mondo e quello che vedo oggettivamente fuori di me. Talvolta, nel mio caso, c’è un tale abisso tra queste due realtà che deve esserci qualcosa in mezzo. Per fortuna il cinema mi ha fornito questo qualcosa. Non l’avrei elaborato senza il cinema!

A quali progetti state lavorando attualmente?

Rashidi: Abbiamo alcuni progetti molto ambiziosi. Per esempio Maximilian sta ultimando un suo film finanziato con un crowdfunding, Cloud of Skin (Nuvola di pelle). Ma abbiamo anche un film collettivo Experimental Film Society, un lungometraggio di 12 ore che è in corso di realizzazione nel tempo. Mio, di Max, Dean Kavanagh e Michael Higgins. Sarà un film sperimentale di fantascienza e proviene da un progetto video che sto sviluppando dal 2011 chiamato Homo Sapiens Project. Homo Sapiens Project è una sorta di laboratorio di cinema sperimentale, pieno di test, provini ed errori e cose di questo genere. È nato così. Ma ora ha raggiunto il punto che voglio davvero, che ne emerga qualcosa di molto concreto e insieme molto sostanziale. Stiamo lavorando a questo in questo momento. Ma ogni membro ha numerosi progetti personali.

Le Cain: Anche Cloud of Skin, che abbiamo girato nel novembre scorso, è una sorta di emersione da questa collaborazione, dato che Dean e Rouzbeh l’hanno coprodotto e Dean vi recita. Ho iniziato a lavorare anche ad un altro progetto, che sarà girato progressivamente nel corso del prossimo anno, intitolato The Scorpion’s Stone (La pietra dello Scorpione). Giro con una vecchia camera mini-DV, definizione standard. Anche questo, ma è una mera coincidenza, sarà estremamente lungo: sette ore e mezzo, perché questa è la durata del sonno di una notte. E mi piacerebbe proiettarlo in un contesto in cui le persone siano invitate ad addormentarsi durante il film.

 Homo Sapiens Project (191-199) By Rouzbeh Rashidi, Dean Kavanagh and Maximilian Le Cain.

 Homo Sapiens Project (191-199) By Rouzbeh Rashidi, Dean Kavanagh and Maximilian Le Cain.

Eventuali progetti in corso?

Rashidi: Sì. È un film intitolato The Last of Deduttive Frames (L’ultimo dei frame deduttivi). Abbiamo iniziato questo progetto qualche anno fa e finora abbiamo realizzato, credo, 90 minuti. È un progetto aperto, chiunque può raggiungerci e contribuire con una sezione di dieci minuti. Per la prima serie di questi film abbiamo avuto una semplice regola: ogni film doveva essere di una decina di minuti. Andando avanti, manteniamo la regola precedente e ne aggiungiamo di nuove. È un progetto parallelo per noi. Abbiamo anche un altro progetto chiamato Cinema Cyanide (Cinema cianuro). È un progetto acustico condiviso tra me, Max e Dean. Quello che stavamo facendo con il suono nei nostri film è stato il punto di partenza. Siamo molto interessati ai ronzii, ai suoni ambientali, al rumore ... Una sorta di sound art. Facciamo anche questo.

Le Cain: Ci piace tenerci occupati!

 

Interview with Experimental Film Society (Part One)

in collaboration with Federica Iodice
On this blog it is available an Italian version, translated by Silvia Tarquini: 
j.mp/intervista_EFS 
This interview is part of an Artdigiland project supported by Academy of Fine Arts of Naples, Italy 

The Experimental Film Society is an independent collective of people who work in the field of experimental cinema,  founded in 2000 by the Iranian director Rouzbeh Rashidi, and based in Dublin.  EFS is a project which brings together filmmakers from all over the world, with a common interest in researching "alternative" cinema. www.experimentalfilmsociety.com

 

What do you mean by experimental film?

Maximilian Le Cain: On the one hand, it’s sort of a good shorthand way of telling an audience that what you’re going to get is something unusual. It’s not going to be a traditional narrative, it’s not going to be a documentary in the sense that most people understand it. It’s going to be something hopefully unexpected. But, more importantly, the way we work is quite experimental. We take the elements of cinema and we play with them and rearrange them and work on them in such a way that, speaking generally, we really only know what our film is going to be on the last day of editing. So it really is a process of experimentation. And Rouzbeh goes even further, he’s often compared himself to Dr Frankestein!

Rouzbeh Rashidi: If I were to add anything, it would be something like Jonas Mekas always says: if you think narrative cinema is like a novel or literature, experimental film is something like poetry where we have atmosphere, where we have ambiguity and obscurity. Vagueness, I suppose. This is a very straightforward, simple answer but I think it works. But, as Max said, it’s a very complex question.

Le Cain: I think this approach is also connected to the fact that we’ve never accepted that the process of inventing cinema has come to an end. We’re still trying to find out what it is. And it’s not just a case of technical development, how things are used. It´s experiments in perception and in montage. The whole field of cinematic language.

Rashidi: And it’s about making personal films. Again, this is a very simple way of looking at it, but it works. If you truly are personal, true to your senses and to your metabolism in the way you make films, there is a purity in this. You make your films first of all for your friends and for yourself and only then think about a wider audience.

Le Cain: In making personal films in the way that we do, we sort of treat ourselves as material for cinema to perform experiments on as much as us experimenting with cinema. We put our subjectivity in the Petri dish, inject the cinema virus, heat it up a little and see what effect emerges. In this way we find out something about ourselves and hopefully something about the nature of cinema, too.

Who are the current members of Experimental Film Society?

Rashidi: Well at the moment we have nine filmmakers but Experimental Film Society also works with a large number of people beyond that. We have worked with large group of filmmakers from all around the world. At the moment we have Max Le Cain and myself. We have Dean Kavanagh, Michael Higgins who are both in Ireland, Esperanza Collado who is based in Spain, Jann Clavadetscher who was based in Switzerland but is now based in Dublin. We have Bahar Samadi. She used to be in France but now she’s moved back to Iran. And there’s another Iranian visual artist with us, Atoosa Pour Hosseini, and she is based in Ireland. And there’s Jason Marsh in Wales. So, nine of us.

What persuaded you to join together in this ‘research group’?

Rashidi: It's a good question. I started Experimental Film Society in 2000 in Tehran. When I wanted to make films in Tehran there wasn't any kind of film collective active to join and make experimental films. There was a very strong traditional documentary filmmaking practice and also a narrative filmmaking one but there wasn't any kind of pure experimental film collective. Also there were artists who were producing moving image art, video art. But I didn't feel any kind of affinity with any of these groups. I wanted to have something that is purely related to the history of experimental cinema and comes from a very cinephilic background. So I decided to form this society. That was the main reason. But it grew. It grew from a very individualistic origin with just myself. It grew when I found like-minded people. In 2004 I came to Ireland and I brought it here with me. And in 2010 I met Maximilian Le Cain and we’ve been collaborating with each other ever since.

Le Cain: I guess what the group has in common is a certain sense of personal filmmaking. But there are no hard and fast regulations about who joins. It´s really something that has grown quite organically. And that has changed quite organically over the years.

Your catalogue boasts roughly forty movies available on video on demand. An actual visual memory of your project. How did this archive arise and develop?

Rashidi: Well, the work catalogued on video on demand on Vimeo especially favours feature length and medium length filmmaking done over the past five or six years. We have other short films available elsewhere online as well. Each of us has developed a very personal and unique system of filmmaking that is completely organic as Max said, completely independent. I felt that perhaps if you could get all this in one place and release it all as video on demand, it would be a nice thing to do. We do a lot of screenings and our main priority would be ideally to screen these films in a cinematic space or in a gallery or in a museum. But because of the fact that most of us are very prolific we don´t have a chance to show many of our films, so I thought it would be interesting for the audience to have everything accessible in one catalogue.

Le Cain: And those 43 films on VOD are only a portion of the Experimental Film Society’s output. And only the work of four Experimental Film Society members. There’s so much other activity. Other films made by current and former members just to start with. There have been installations, expanded cinema performances, exhibitions, albums… Just about any direction it could go in, it's going in or has gone in at one stage or another. So the VOD films are just one element of it.

Rashidi: Exactly.

The way of approaching moving images has completely changed in the digital era. You use both: old formats, such as analogue film, mini-DV and VHS, as well as DSLR. How do you decide which format you'll work with?

Rashidi: It really depends on each member, on the practice that each member has developed through the years. I, for example, can only speak for myself. I'm deeply interested in digital technology. I started with VHS filmmaking in the late '90s, and I was always really fascinated by the new technology. It’s really something that I can own the camera and do everything myself without having to rely on anyone. So from the very beginning I knew that video and digital filmmaking would be my main focus, so I always tried to kind of push this idea of how to explore it. The camera for example: the camera that we use for filming now, these days, is digital so therefore it's very interesting to me because it’s contemporary. So I just wanted to push the limits of what I can achieve with it, like for example colour rendering, internal color rendering. Finding different aspects of the digital camera that are unknown to us because it's very new technology. But, obviously, other members have different practices. For example, Esperanza Collado exclusively works with 16 mm and celluloid material because the nature of her work dictates it. It varies from member to member. But we welcome both, we welcome everything, every system of capturing the moving image, we treat them all the same, we don't have any kind of nostalgic attachment to anything or favour one thing over another.

Le Cain: What I would say is that each member has a very particular approach to different formats. I don't think anyone involved in this makes something on a given format just because it's the easiest available one. There’s always some sort of conceptual or personal take on why it's being used.

Reminiscences of Yearning by Rouzbeh Rashidi

Reminiscences of Yearning by Rouzbeh Rashidi

Rashidi as it happens in Reminiscences of Yearning, your cinema is made of doors which open other doors, it looks like you're always trying to exceed the limit. Could you tell us about your point of view?

Rashidi: Yeah, it's a good question. I think the subject of all my films and everything I have ever done is cinema itself. It's about the medium, the history of cinema. So I think all I have been doing from the very first day of filmmaking is reacting to and interacting with the history of films. I don't use cinema as a tool to tell stories. I simply don't have the ability to do that. But what I have been doing and what I am capable of is… When you watch a film you digest information, audio and visual. So I have to digest and then I have to release this process back on to the screen. What I have been doing is finding ways to do this. Finding forms and visual poetry, if you want to call it that. Some of it is more aggressive, some of it is more subtle. But basically all I have been doing is playing with the history of cinema and the history of my own limitations as well. So what you said about the phantasmal quality of film is very important for me. All my films are about ghosts: the supernatural aspect of cinema, if you want to call it that. It’s like a seance: everything that has been lost forever cinema can bring back to life again. I have always attempted to do something that I don’t fully understand myself. It's about discovery, it's about exploration, bit by bit. If I tell you that I fully understand what I’ve been doing up until now, it’s a lie. I really don't know. You know, I get signals, I trust my subconscious, and I also trust my technical approach as well. It's really about the craft for me. I’m like a musician who plays piano each day, not necessary creating masterpieces but in order to practice and perfect and enhance his quality of creating music. I ‘play’ cinema that way. That´s why, for example, I have Homo Sapiens Project. It´s like a constant way of finding new techniques.

Damp Access by Maximilian Le Cain

Damp Access by Maximilian Le Cain

Le Cain, your camera is physically connected to the body. It’s an eye that seems to look for a new dimension hidden in the dark night. Could you tell us about your idea of cinema?

Le Cain: I guess the question there is to what extent is the camera actually an extension of the body and to what extent does it become a sort of an intermediary between your perception and what is around you? This is something that interests me very much. Sometimes I shoot in very different ways and I allow this to be dictated to a great extent by the technology I’m using. Also, I often find that I’m looking for accidents. I am almost looking for the camera to tell me what to do. For instance, I might be filming something: set up a shot, do something, move the camera, do something else and perhaps accidently leave the camera running while I was repositioning it. And it´s the section that was filmed accidentally while the camera was being moved that I end up using. I think all the way through the process of making a film, I want to be constantly surprised and hopefully surprised by what I end up with. So I guess I’m looking for ways to almost trick the camera into giving me something slightly different than what I expected. But I’m very interested, especially at the moment, in the notion of the camera as a sort of consciousness in itself. For example, I recently wrote something about some films a friend of mine has made and this writing goes into quite a bit of detail about home videos. About the way that maybe you find a video shot by someone and you don´t know who it is. You watch it and perhaps there’s not that much happening in it. But there’s a strange tension in someone maybe just walking around shooting one thing and another. They’re not a professional filmmaker so they’re not thinking in those terms, they don´t have that sort of discipline. In one sense maybe nothing happens, but in another sense you don´t know what’s happening and you don´t know where this person is coming from. Who is making the decisions? Who is regulating the time spent on each shot? Who is regulating the rhythm? I’m very interested in these sorts of ambiguous areas. And maybe that´s the strand of my work that relates most to what you are asking?

 

Intervista all'Experimental Film Society (prima parte)

In collaborazione con Federica Iodice
Traduzione dall'inglese di Silvia Tarquini
E' disponibile sul blog la versione originale in inglese dell'intervista:
j.mp/interview_EFS 
Questa intervista e' parte di un progetto Artdigiland supportato dall'Accademia di Belle Arti di Napoli

L'Experimental Film Society è un collettivo indipendente di cinema sperimentale, fondato nel 2000 dal regista iraniano Rouzbeh Rashidi e con sede a Dublino. EFS è un progetto che unisce diversi filmmaker da tutto il mondo, legati dalla comune ricerca di un cinema "altro". www.experimentalfilmsociety.com 



Cosa intendete per film sperimentale?

Maximilian Le Cain: Da un lato, “sperimentale” è un buon modo sintetico per dire ad un pubblico che quello che vogliamo ottenere è qualcosa di insolito. Non sarà una narrazione tradizionale, non sarà un documentario nel senso in cui lo intende la maggior parte delle persone. Sarà qualcosa di inaspettato, si spera. Ma, cosa ancora più importante, è il nostro stesso modo di lavorare ad essere sperimentale. Prendiamo gli elementi del cinema e giochiamo a riarrangiarli, a lavorare su di essi in modo tale che, parlando in generale, sapremo veramente cosa sarà il nostro film solo l'ultimo giorno di montaggio. Si tratta davvero di un processo di sperimentazione. E Rouzbeh Rashidi va anche oltre, spesso si è paragonato al dottor Frankestein!

Rouzbeh Rashidi: Per aggiungere qualcosa, potrei ricordare quello che dice sempre Jonas Mekas: se il cinema narrativo è simile ad un romanzo o alla letteratura, il film sperimentale è simile alla poesia. Nella quale abbiamo un’atmosfera, ambiguità, oscurità. Indeterminatezza, suppongo. Si tratta di una risposta diretta, e molto semplice, ma penso che funzioni. D’altra parte, come ha detto Maximilian, è una questione molto complessa.

Le Cain: Penso che l’approccio sperimentale sia anche legato al fatto che non abbiamo accettato che il processo dell’invenzione cinematografica possa essere giunto alla fine. Stiamo ancora cercando di scoprire di cosa si tratti. E non è solo una questione di sviluppo tecnico, di come si usano gli strumenti. Si tratta piuttosto di esperimenti sulla percezione e sul montaggio. L'intero campo del linguaggio cinematografico.

Rashidi: E riguarda il fatto di fare film personali. Di nuovo, si tratta di un modo molto semplice di guardare alla questione, ma funziona. C'è una purezza nell’esprimersi in modo veramente personale, fedele ai nostri sensi e al nostro metabolismo nel fare cinema. Si fanno i film prima di tutto per se stessi e per i propri amici, e solo dopo si pensa a un pubblico più ampio.

Le Cain: Realizzando film personali nel modo in cui lo facciamo, in un certo senso trattiamo noi stessi come materiale per il cinema, facendo esperimenti tanto sul cinema, quanto su di noi che sperimentiamo sul cinema.  Mettiamo la nostra soggettività su un vetrino, iniettiamo il virus del cinema, lo scaldiamo un po’, e vediamo che cosa succede. In questo modo scopriamo qualcosa di noi stessi e, auspicabilmente, anche qualcosa sulla natura del cinema.

Chi sono gli attuali membri dell’Experimental Film Society?

Rashidi: In questo momento abbiamo nove registi ma l’Experimental Film Society funziona anche grazie ad un grande numero di persone dietro questo. Abbiamo lavorato con un grande numero di filmmakers di tutto il mondo. Ci siamo io e Max Le Cain, ci sono Dean Kavanagh, Michael Higgins, entrambi in Irlanda, Esperanza Collado che vive in Spagna, Jann Clavadetscher che viveva in Svizzera ma ora si è trasferito a Dublino. C’è Bahar Samadi, che viveva per lo più in Francia, ma ora si è trasferita in Iran. C'è un’altra artista visiva iraniana con noi, Atoosa Pour Hosseini, e lei vive in Irlanda. E c'è Jason Marsh, che vive in Galles. Siamo in nove.

Damp Access by Maximilian Le Cain

Damp Access by Maximilian Le Cain

Che cosa vi ha spinto ad unirvi insieme in questo “gruppo di ricerca”?

Rashidi: È una buona domanda. Ho fondato l’Experimental Film Society nel 2000 a Teheran. Quando volevo fare film, a Teheran, non c'era alcun tipo di  collettivo cinematografico al quale unirsi per fare film sperimentali. C'erano una forte tradizione della pratica di film documentari e una pratica di cinema narrativo, ma non c'era alcun tipo di collettivo legato al puro film sperimentale. C’erano anche artisti che facevano arte con le immagini in movimento, videoarte. Ma non sentivo affinità con questi gruppi. Desideravo qualcosa che fosse legato puramente alla storia del cinema sperimentale, che venisse da un background molto cinefilico. Così ho deciso di formare questa "Società". È stata questa la ragione principale. Poi è cresciuta. Da un’origine individuale, solo me stesso, è cresciuta. Si è sviluppata quando ho trovato persone con la stessa mentalità. Nel 2004 sono arrivato in Irlanda e ho portato qui la sede, con me. Nel 2010 ho incontrato Maximilian Le Cain e da allora lavoriamo insieme.

Le Cain: Suppongo che ciò che il gruppo ha in comune è una certa idea di un cinema personale. Ma non ci sono regole rigide e sbrigative su chi si unisce. Il gruppo è cresciuto in maniera quasi organica. E in maniera quasi organica è cambiato nel corso degli anni.

ll vostro catalogo vanta circa quaranta film disponibili in video on demand. Una effettiva memoria visiva del progetto. Come avete fatto nascere e svilupparsi questo archivio?

Rashidi: La costruzione di un catalogo in video on demand su Vimeo mira a raccogliere soprattutto lungometraggi e mediometraggi realizzati negli ultimi cinque o sei anni. Abbiamo anche cortometraggi disponibili altrove online. Ognuno di noi ha sviluppato un approccio molto personale e unico al cinema, in maniera organica, come diceva Maximilian, completamente indipendente. Ho pensato che sarebbe stata una buona cosa raggruppare tutto questo in un unico luogo e pubblicarlo in video on demand. Organizziamo molte proiezioni e la nostra priorità, idealmente, è quella di proiettare questi film in uno spazio cinematografico, o in una galleria, in un museo. Ma visto che, nella maggior parte, siamo molto prolifici, non abbiamo la possibilità di mostrare molti dei nostri film, così ho pensato che sarebbe stato interessante per il pubblico avere tutto accessibile in un catalogo on line.

Le Cain: Quei 43 film in VOD, come si diceva, sono solo una parte della produzione della Experimental Film Society. È solo il lavoro di quattro membri. Ma ci sono molte altre attività. Altri film realizzati da membri ed ex mebri, per cominciare. Ci sono installazioni, performance, cinema espanso, mostre, album... Quasi ogni direzione potrebbe entrare a far parte della nostra attività, sta entrando a farne parte o vi è entata in passato, in uno stadio o in un altro. Per questo i film in VOD sono solo una parte.

Rashidi: Esatto.

Il modo di affrontare le immagini in movimento è completamente cambiato nell'era digitale. Si utilizzano sia vecchi formati, come il cinema analogico, mini-DV e VHS, sia l’DSLR. Come scegliete in quale formato lavorare?

Rashidi: Dipende da ciascun membro, dalla pratica che ogni membro ha sviluppato nel corso degli anni. Posso parlare solo per me stesso. Io, per esempio, sono profondamente interessato alla tecnologia digitale. Ho iniziato con il VHS alla fine degli anni '90, e sono stato sempre molto affascinato dalle nuove tecnologie. La camera digitale è qualcosa che posso permettermi, e posso fare tutto da solo senza dover dipendere da nessuno. Per questo fin dal principio sapevo che il video e il cinema digitale sarebbero stati il mio obiettivo principale, e ho sempre cercato di portare avanti l’idea di esplorare questi mezzi. La camera digitale, per esempio. La camera che stiamo usando per le riprese ora, in questi giorni, è digitale, e per me è molto interessante, perché è un mezzo contemporaneo. Volevo essenzialmente esplorare i limiti di quello che potevo ottenere, come la resa cromatica, la resa cromatica interna. Scoprire nuovi aspetti della camera digitale, che ci sono sconosciuti in quanto si tratta di una tecnologia molto recente. Ma ovviamente gli altri membri percorrono strade diverse. Ad esempio Esperanza Collado lavora esclusivamente con la pellicola 16 mm, perché la natura del suo lavoro lo richiede. Questa scelta varia da membro a membro. Ma accogliamo con favore entrambi i mezzi, accogliamo qualsiasi cosa, qualsiasi sistema per catturare l'immagine in movimento, e li consideriamo tutti nello stesso modo, non abbiamo nessun tipo di attaccamento nostalgico e nessuna preferenza a priori.

Le Cain: Vorrei aggiungere che ogni membro ha un approccio particolare ai diversi formati. Non credo che qualcuno coinvolto in questo tipo di lavoro farebbe mai qualcosa con un dato formato solo perché è il più semplice da reperire. C'è sempre una sorta di take concettuale o personale sul perché si usa un certo formato.
 

Reminiscences of Yearning by Rouzbeh Rashidi

Reminiscences of Yearning by Rouzbeh Rashidi

Rashidi, guardando Reminiscences of Yearning (Reminiscenze di desiderio), il tuo cinema sembra fatto di porte che aprono altre porte, sembra che cerchi continuamente il superamento di una soglia, di superare un limite. Vuoi parlarci del tuo punto di vista?

Rashidi: È un’ottima domanda! Credo che il tema di tutti i miei film e tutto quello che ho sempre fatto riguardi il cinema stesso. Il mezzo, la storia del cinema. Penso che tutto quello che ho fatto fin dal primissimo giorno di attività sia reagire e interagire con la storia del cinema. Non uso il cinema come strumento per raccontare storie. Semplicemente non ne sono capace. Ma quello che ho saputo fare e quello di cui sono capace è... Quando si guarda un film si assumono informazioni, sonore e visive. Quindi prima di tutto devo assumerle e poi devo restituire questo processo sullo schermo. Quello che ho sempre fatto è cercare delle strade per fare questo. Cercare forme, poesia visiva, se si vuole chiamarla così. Alcune forme sono più aggressive, altre più sottili. Ma in fondo, tutto quello che ho fatto è giocare con la storia del cinema, e con la storia dei miei propri limiti.Quindi, quello che hai detto circa la qualità fantasmatica del film è molto importante per me. Tutti i miei film riguardano dei fantasmi: l'aspetto soprannaturale del cinema, per così dire. Il cinema è come una seduta spiritica: tutto ciò che è andato perduto per sempre il cinema lo può riportare di nuovo in vita. Ho sempre cercato di fare qualcosa che io stesso non capisco completamente. Riguarda la scoperta, l’esplorazione passo dopo passo. Se ti dico che comprendo perfettamente quello che ho fatto fino ad ora, è una bugia. Davvero non lo so. Ho degli stimoli, mi fido del mio inconscio, e mi fido del mio approccio tecnico. È questa la mia dimensione. Sono come un musicista che suona il pianoforte ogni giorno, non necessariamente creando dei capolavori, ma per fare pratica, per perfezionarsi, e accrescere la sua qualità nel creare musica. Io “suono” il cinema nello stesso modo. Ecco perché, per esempio, ho in corso il progetto Homo Sapiens. È un modo costante di trovare nuove tecniche.

Le Cain, la macchina da presa è fisicamente connessa al tuo corpo. È un occhio che sembra cercare una nuova dimensione nascosta nel buio della notte. Ci puoi parlare della tua concezione di cinema?

Le Cain: Credo che bisogna chiedersi fino a che punto la camera sia davvero un prolungamento del corpo e in che misura diventi una sorta di intermediario tra la nostra percezione e ciò che abbiamo intorno. È una cosa che mi interessa molto. A volte giro in modi molto diversi e lascio che il modo sia dettato in gran parte dalla tecnologia che sto utilizzando. Inoltre, spesso mi accorgo che sto cercando “incidenti”. Sto quasi cercando che sia la camera a dirmi cosa fare. Per esempio, potrei filmare qualcosa: impostare una ripresa, fare qualcosa, spostare la camera, fare qualcosa di diverso, e accidentalmente lasciare la camera in ripresa mentre la stavo riposizionando. Ed è la sezione che è stata filmata accidentalmente, mentre la fotocamera veniva spostata, che alla fine utilizzo. Io penso a tutto il percorso, a tutto processo di realizzazione di un film, voglio essere costantemente sorpreso e, auspicabilmente, sorpreso da quello che io finisco per fare. Cerco modi per ingannare la camera, per farmi dare qualcosa di leggermente diverso da quello che mi aspettavo.
Sono molto interessato, soprattutto in questo momento, alla nozione della camera come una sorta di coscienza in sé. Recentemente ho scritto qualcosa su alcuni film che ha fatto un mio amico e questo testo va molto in dettaglio sull’home video. Sulla possibilità di trovare un video girato da qualcuno e non sapere di chi sia. Lo si guarda e non vi accade molto. Ma c'è una strana tensione in quel qualcuno che forse semplicemente si fa un giro, filmando a caso. Non è un regista professionista, non sta pensando in quei termini, non ha quel tipo di disciplina. Da una parte non succede nulla, ma dall’altra non sai che cosa stia succedendo e da dove venga questa persona. Chi sta prendendo le decisioni? Chi sta regolando il tempo dedicato ad ogni shot? Chi regola il ritmo? Sono molto interessato a queste zone di ambiguità. Può darsi che sia questo il filo del mio lavoro che ha più attinenza con quello che mi hai chiesto…