La via neosperimentale del cinema italiano
Adriano Aprà

Controcorrente. 
C'è stato Roberto Rossellini. C'è stato (overground) Michelangelo Antonioni. C'è stato Federico Fellini (ma non sempre per i miei gusti). Ci sono stati, negli anni '60 e poi, Pier Paolo Pasolini (anche documentarista), Marco Bellocchio (anche documentarista), Ermanno Olmi (anche documentarista), Bernardo Bertolucci, Marco Ferreri, Vittorio De Seta (anche documentarista). E c'è stato, molto marginalizzato ma oggi rivalutato, un underground italiano (Piero Bargellini, Alberto Grifi, Tonino De Bernardi, Massimo Bacigalupo, Adamo Vergine, Guido Lombardi-Anna Lajolo, Paolo Brunatto), perfino con qualche star che non si considerava under: Carmelo Bene (dal teatro), Mario Schifano (dalla pittura).
Poi la crisi a metà degli anni '70. I più grandi continuano ma i giovani sono orfani senza padri e senza terreno di coltura. Meteore. Il tentativo di fare nuovo cinema, nuove forme, si scontra con situazioni produttive e distributive ostili. Qualcosa comunque è emerso, ma ai margini. E poi c'è stata la presenza in Italia di Danièle Huillet e Jean-Marie Straub.
Negli anni '80 la situazione non è cambiata.
Gli anni '90 hanno visto rinascite localizzate sempre ai margini. Rispetto al tentativo dominante di tornare a un cinema narrativo tradizionale, qualche avventuriero della pellicola tenta di proporre un nuovo modo di fare cinema, senza radici col passato.
La linea dominante negli anni 2000, nel cinema di finzione, nel documentario, nell'avanguardia propriamente detta, dal punto di vista della qualità innovativa – se ancora crediamo, come credo, nel valore dell'estetica –, è quella di una via neosperimentale del cinema italiano. Essa non ha nulla a che vedere, se non storicamente, con l'avanguardia italiana degli anni '60-'70. Nasce da una crisi creativa del cinema narrativo e del documentario del reale. 
Sorge – non inaspettata per chi come me ha sempre dato molta importanza ai margini – dall'insoddisfazione di molti autori nei confronti delle forme espressive stabilizzate. Esse mal si adattano al bisogno di creazione di contenuti e quindi di forme nuove. La sala, al cui accesso si inframettono produttori e distributori alieni alle novità, è ormai solo uno dei punti di visibilità. Si sono aggiunti il DVD e il web. E si sono aperti nuovi luoghi di proiezione non inquadrati nel sistema industriale, compresi i musei e le gallerie d'arte. Il digitale poi ha consentito di realizzare non solo opere a minor costo ma anche di metterne in pratica le specificità "pittoriche".
Non si tratta più di fare l'elogio del marginale. Si tratta di constatare che il gran numero di film di lungometraggio – ai quali sarebbe giusto aggiungere quelli di cortometraggio – indica un movimento (se non ancora una "scuola", perché ciascuno continua a operare per proprio conto, in isolamento, e perché non ci sono affinità stilistiche fra le varie opere) emerso soprattutto nell'ultimo decennio.
Fra il 2000 e il 2005 si sono distinti fra i lungometraggi (mi limito a citare, qui e altrove, un titolo per regista e non tengo conto degli autori degli anni '60) Il mnemonista (2000) di Paolo Rosa, L'amore probabilmente (2001) di Giuseppe Bertolucci, Un'ora sola ti vorrei (2002) di Alina Marazzi, Al primo soffio di vento (2003) di Franco Piavoli, Il ritorno di Cagliostro (2003) di Daniele Ciprì e Franco Maresco, Oh! Uomo (2004) di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Passato presente (2005) di Tonino De Bernardi. (Tra i film più tradizionalmente narrativi Domani, 2000, di Francesca Archibugi, Aprimi il cuore, 2002, di Giada Colagrande, Non ti muovere, 2004, di Sergio Castellitto; e tra i documentari Asuba de su serbatoiu, 2001, di Daniele Segre e Echi di pietra, 2003, di Sara Pozzoli); fra i cortometraggi, continuano a operare Paolo Gioli e il collettivo catanese canecapovolto. C'è stato in anni più recenti, non lo nego, anche un cinema narrativo tradizionale buono e a volte ottimo. E anche un documentarismo del reale. Riconosco il valore di cineasti narrativi come Daniele Gaglianone con Pietro (2010), Alice Rohrwacher, Luigi Lo Cascio e Leonardo Di Costanzo con le loro opere prime (Corpo celeste, 2011, La città ideale, 2012, L'intervallo, 2012), Uberto Pasolini (un italiano che vive e lavora a Londra) con Still Life (2013), Mirko Locatelli con I corpi estranei (2014), Claudio Caligari con Non essere cattivo (2015), Emanuela Piovano con L'età d'oro (2015-2016, specialmente nella versione director's cut), Paolo Virzì con La pazza gioia (2016). Riconosco il valore di documentaristi come Daniele Segre e Gianfranco Pannone. 
Ma fra il 2006 e il 2016 ecco una sorta di esplosione del neosperimentalismo (solo sei sono propriamente film di finzione, gli altri sono "oggetti non identificabili"): Flòr da Baixa (2006) di Mauro Santini, Tramas (2007) di Augusto Contento, Valzer (2007) di Salvatore Maira, Puccini e la fanciulla (2008) di Paolo Benvenuti, Storia di una donna amata e di un assassino gentile (2007-2009) di Luigi Faccini, La bocca del lupo (2009) di Pietro Marcello, Le quattro volte (2010) di Michelangelo Frammartino, Terramatta; (2012) di Costanza Quatriglio, Su Re (2012) di Giovanni Columbu, Bellas mariposas (2012) di Salvatore Mereu, Il viaggio della signorina Vila (2012) di Elisabetta Sgarbi, Sangue (2013) di Pippo Delbono, Abacuc (2014) di Luca Ferri, N-capace (2014) di Eleonora Danco, Terra (2015) di Marco De Angelis e Antonio Di Trapani, Montedoro (2015) di Antonello Faretta, Per amor vostro (2015) di Giuseppe Gaudino, Ofelia non annega (2016) di Francesca Fini, Spira mirabilis (2016) di Massimo D'Anolfi e Martina Parenti, Lepanto – Último cangaçeiro (2016) di Enrico Masi.
Fra i cortometraggi ricordo almeno – non per rigore selettivo ma per rischio di dimenticarne qualcuno o semplicemente perché non li ho visti: il campo è vastissimo – quelli del collettivo Flatform, i film di animazione di Igor Imhoff, Dalla testa ai piedi (2007) di Simone Cangelosi, No More Lonely Nights (2013) di Fabio Scacchioli e Vincenzo Core, Tomba del tuffatore (2015) di Yang Cheng e Federico Francioni, Iconostasi (2015) di Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa.

Tutti questi autori non sono soli. Non ho incluso nell'elenco precedente altri titoli meritevoli (e quasi tutti documentari). Li ricordo: Tre donne morali (2006) di Marcello Garofalo (un film-saggio), Il peggio di noi (2006) di Corso Salani, Il sol dell'avvenire (2008) di Gianfranco Pannone (più tradizionale ma uno dei suoi migliori), Morire di lavoro (2008) di Daniele Segre, Radio Singer (2009, mediometraggio) di Pietro Balla, In amabile azzurro (2009) di Felice D'Agostino e Arturo Lavorato, La vita al tempo della morte (2009) di Andrea Caccia, Formato ridotto. Libere riscritture del cinema amatoriale (2012, mediometraggio) del collettivo Home Movies, El impenetrable (2012) di Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini, Il treno va a Mosca (2013) di Federico Ferrone e Michele Manzolini, Memorie – In viaggio verso Auschwitz (2014) di Danilo Monte, Senza di voi (2015, mediometraggio) di Chiara Cremaschi, Habitat: note personali (2014, mediometraggio) di Emiliano Dante, My Sister Is a Painter (2014, mediometraggio) di Virginia Eleuteri Serpieri (un altro film-saggio), I ricordi del fiume (2015, più tradizionale) di Gianluca e Massimiliano De Serio, Love Is All. Piergiorgio Welby. Autoritratto (2015) di Francesco Andreotti e Livia Giunti, Filmstudio, mon amour (2015) di Toni D'Angelo, Il negozio (2016) di Pasquale Misuraca (documentario o finzione?), Sassi nello stagno (2016) di Luca Gorreri, La natura delle cose (2016) di Laura Viezzoli, Mancanza-Purgatorio (2016) di Stefano Odoardi (un OVNI). (E spetta ad altri giudicare i miei critofilm di questi anni).
Troppi titoli? Me ne assumo la responsabilità ed essere generosi – se tale posso sembrare – in queste circostanze è un pregio. Non sto facendo storia ma cronaca: cronaca militante.