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Pasqualino De Santis: la lezione di Di Venanzo portata nel colore

Nella 41ª edizione della cerimonia di premiazione dei premi Oscar, che si tenne il 14 aprile del 1969 a Los Angeles, per la prima volta presso il Dorothy Chandler Pavilion, a trionfare è il film Oliver! di Carol Reed che si aggiudica ben sei statuette: Miglior Film, Regia, Scenografia, Sonoro, Colonna sonora, e un Oscar Speciale a Onna White per le Coreografie. Stanley Kubrick ottiene per 2001: Odissea nello spazio il primo e unico Oscar della sua carriera, paradossalmente non come miglior regista, ma nella categoria Migliori effetti speciali. Quell’edizione segna anche un grande successo del cinema italiano con La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, che ottiene due nomination (Miglior Regia e Sceneggiatura), e con Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli, che oltre a concorrere nelle categorie Miglior Film e Miglior Regia, conquista ben due statuette, per i costumi di Danilo Donati e per la cinematografia di Pasqualino De Santis (AIC).

Quest’ultimo diviene così il primo autore della cinematografia italiano ad aggiudicarsi l’Oscar. Un trionfo tanto meritato quanto inaspettato e sorprendente, se si considera che era agli inizi della carriera e che Romeo e Giulietta era solo il suo terzo film. In quell’edizione De Santis ha la meglio su mostri sacri come il due volte premio Oscar Harry Stradling, in concorso con Funny Girl, il premio Oscar Oswald Morris, in concorso con il citato Oliver!, il premio Oscar Ernest Laszlo, in concorso con Un giorno... di prima mattina e infine con un altro premio Oscar, Daniel L. Fapp, in lizza con Base artica Zebra. Quando l’attrice Ingrid Bergman annuncia la sua vittoria, De Santis, sul palco, riesce a stento a trattenere l’emozione. Il suo discorso di ringraziamento è: «Grazie, grazie, ringrazio tutti!». 

Fratello minore del regista Giuseppe (noto internazionalmente per Riso amaro, del 1949), Pasqualino nasce a Fondi il 24 aprile del 1927. Trasferitosi a Roma, frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia, dove nel 1949 consegue il diploma di operatore. Con un film del fratello Giuseppe, Non c’è pace tra gli ulivi (1950), inizia a farsi strada nel cinema, in qualità di assistente alla camera per l’autore della cinematografia Piero Portalupi. Nei sei anni trascorsi con Portalupi, partecipa a pellicole assai diverse tra loro, come Bellissima di Luchino Visconti (1951), Vacanze con il gangster di Dino Risi (1954) o Addio alle armi di Charles Vidor (1957). Le prime esperienze come operatore avvengono sotto la guida di Marco Scarpelli in film come La strada lunga un anno diretto dal fratello Giuseppe (1958), Totò nella luna (1958) e I tartassati (1959) di Steno. 

La grande svolta professionale avviene grazie all’incontro con il leggendario autore della cinematografia Gianni Di Venanzo, con il quale collabora inizialmente in qualità di assistente e poi come operatore, dando vita a un sodalizio artistico fondamentale per la sua carriera. La lezione di Di Venanzo, infatti, soprattutto nell’uso magistrale della luce riflessa, dà a Pasqualino basi tecniche e stilistiche decisive. Il loro primo incontro avvenne per Le ragazze di San Frediano di Valerio Zurlini (1955). Al fianco di Di Venanzo, lavora poi a film come La notte (1961) e L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni, Salvatore Giuliano (1962) e Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi, I basilischi (1963) di Lina Wertmüller, e il capolavoro di Federico Fellini (1963), dove il bianco e nero di Di Venanzo si fa veicolo in modo magistrale delle atmosfere e del carattere fantastico della pellicola. Sempre con l’amico Gianni, due anni dopo, De Santis è testimone della prima esperienza con il colore di Fellini, con Giulietta degli Spiriti. Come responsabile della cinematografia di Fellini lavorerà in seguito in una sola altra occasione, per Block-notes di un regista (1969), un documentario per la rete televisiva statunitense NBC. A quanto pare il modo di concepire il cinema dei due si rivelò talmente diverso, nell’approccio e nella filosofia, che non collaborarono più. 

L’esordio come cinematographer si colloca nell’anno 1965, quando De Santis porta a termine, firmandolo insieme a Di Venanzo e Ajace Parolin, Il momento della verità di Francesco Rosi (1965); il set era stato infatti lasciato da Di Venanzo per vari motivi, tra i quali la chiamata di Fellini per Giulietta degli Spiriti. L’incontro con Rosi è anch’esso fondamentale per la carriera di Pasqualino, da quel momento in poi, infatti, firmerà la fotografia di tutti i lavori del regista. Nel 1967 Di Venanzo muore improvvisamente durante le riprese di Masquerade di Joseph L. Mankiewicz (1967), film nel quale aveva sostituito Piero Portalupi. De Santis ha così il triste compito di sostituire l’amico e maestro e di portare a termine le riprese. Come in un vero e proprio passaggio di consegne, con la scomparsa di Di Venanzo, artista del bianco e nero, De Santis si fa carico della sua lezione, trasportandola di fatto nel colore: è noto che Gianni Di Venanzo amasse usare la luce in modo diffuso e riflesso, diffondendola su panni o superfici riflettenti, con l’ausilio di lampade photoflood (usate alla stregua delle reali fonti-luminose). 
Nel 1968, come ricordato, esce nelle sale Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli, per il quale Pasqualino ottiene il Premio Oscar; la trasposizione cinematografica della storia d’amore shakespeariana, malgrado l’ottimo risultato figurativo, rimarrà l’unica esperienza al fianco di Zeffirelli.

La carriera di De Santis si apre infatti a prestigiose collaborazioni come quella con Luchino Visconti, per il quale firmerà la fotografia de La caduta degli Dei (1969), sul cui set è chiamato a sostituire Armando Nannuzzi, Gruppo di famiglia in un interno (1974), L’innocente (1976) e Morte a Venezia (1971), pellicola indimenticabile per la poetica morbidezza dei contrasti cromatici e per i magnifici esterni, grazie alla quale De Santis si aggiudica il prestigioso Bafta Award, l’equivalente inglese del premio Oscar. Tra i tanti espedienti tecnici che Pasqualino escogita in Morte a Venezia, uno in particolare merita di essere citato, quello adottato nella sequenza finale, ambientata nella spiaggia e accompagnata dalle suggestive note di Mahler. Il protagonista Gustav von Aschenbach, un magnifico Dirk Bogarde, muore mentre osserva per l’ultima volta la bellezza eterna ed eterea di Tadzio, avvolto dalla luce riflessa nel mare. Ebbene in questa occasione De Santis dipinge letteralmente l’inquadratura servendosi di lenzuola bianche per riflettere e ammorbidire la luce del sole. Il risultato è sorprendente, un’atmosfera decadente e malinconica, perfettamente aderente alla storia.

Morte a Venezia, Luchino Visconti, 1971

Tra le innumerevoli altre collaborazioni con i grandi registi dell’epoca non si possono non ricordare quelle con Vittorio De Sica per Amanti (1968), Joseph Losey per L’assassinio di Trotsky (1972) e Robert Bresson per Lancillotto e Ginevra (1974), Il diavolo probabilmente (1977) e L’Argent (id., 1983). Con Bresson, nonostante le iniziali difficoltà e le differenze di carattere dei due, De Santis instaura un rapporto di profonda stima e ammirazione: tra i momenti più interessanti della loro collaborazione, la sequenza della battaglia nel bosco in Lancillotto e Ginevra, dove Pasqualino gestisce magistralmente, in relazione alla luce naturale che filtrava tra gli alberi, le esigenze del regista: il riferimento pittorico a Paolo Uccello e la volontà di girare la sequenza esclusivamente in esterno.

Al fianco dell’amico Francesco Rosi, ricordiamo Uomini contro (1970), una delle prove più dure che De Santis dovette affrontare, set per il quale si servì quasi esclusivamente della luce naturale senza ricorrere a supporti artificiali (è celebre l’uso del magnesio per riprodurre i lampi dei razzi), e Cadaveri eccellenti (1976), tratto dal romanzo Il contesto di Leonardo Sciascia, film il cui tratto distintivo è l’attenzione per il colore. Sul finire degli anni ’70, insieme ad Ettore Scola, De Santis firma Una giornata particolare, con Mastroianni e Loren al loro apice. Sicuramente uno dei suoi capolavori, grazie al magnifico processo di desaturazione cromatica che caratterizza l’opera e al piano sequenza iniziale, entrato nella storia del cinema. Il film fu pensato con l’intera ambientazione e i capi di vestiario già decolorati in partenza, venne girato con un particolare filtro e il processo cromatico venne completato in fase di stampa. 

Tra le incursioni in ambito televisivo, un posto di rilievo occupa la collaborazione con Giuliano Montaldo per la miniserie in otto puntate Marco Polo (1982). Negli anni ’80 Pasqualino frequenta anche il cinema statunitense, collaborando con Jerry Schatzberg, per L’ultimo sole d’estate (1984), e John Guillermin, con il quale trascorre sette mesi in Kenya per girare Sheena, regina della giungla (1984). Tra le curiosità di quel periodo, da segnalare la sua partecipazione a Rambo 2 - La vendetta (1985) di George Pan Cosmatos, set che però abbandonò dopo poche settimane di lavorazione lasciando il suo posto al collega inglese Jack Cardiff. Nel 1987 si cimenta con l’opera lirica, collaborando con il regista Jean-Pierre Ponnelle per Il rigoletto di Giuseppe Verdi, con la partecipazione di Luciano Pavarotti. Tra le occasioni mancate della sua carriera merita di essere ricordata quella che vide protagonista il regista francese Marcel Carnè, tra i massimi esponenti del realismo poetico (Il porto delle nebbie, Alba tragica, Amanti perduti). Desideroso di lavorare con lui, Carné lo coinvolse per il film Mouche, da un racconto di Guy Maupassant. I due effettuarono i sopralluoghi tra la Francia e la Germania, ma Carné, a due settimane dall’inizio delle riprese, fu costretto a rimandarle a causa di problemi di salute. Problemi assicurativi riguardo le condizioni del regista bloccarono ulteriormente il film, che saltò definitivamente. Fu una delle più grandi amarezze professionali di De Santis. 

Pasqualino De Santis ci lascia improvvisamente il 23 giugno del 1996 a Leopoli, città ucraina, a seguito di un attacco cardiaco durante le riprese de La tregua (1997), tratto dall’omonimo romanzo di Primo Levi (interpretato nel film da John Turturro), per la regia di Francesco Rosi. Il lavoro sarà portato a termine da Marco Pontecorvo, figlio di Gillo. Artista intimista, De Santis è stato tra i massimi interpreti del cinema d’autore degli anni ’70: un talento che prediligeva gli esterni agli interni, perché, come dichiarava, preferiva sfidare il sole (e gli elementi atmosferici) piuttosto che ripararsi nella tranquillità del teatro di posa. Il patrimonio artistico che ci lascia è frutto della sua sensibilità e del suo gusto ricercato. Nel corso degli anni aveva raccolto una cospicua serie di materiali di girato, in 8mm e successivamente in super 8, in cui testimonia sopralluoghi e backstage dei suoi film, tramandando di fatto un vero e proprio diario filmato. La sua riservatezza, il suo essere schivo si trasferirono nella sua filosofia di lavoro; sosteneva infatti il ruolo “invisibile” della fotografia cinematografica, che la fotografia doveva essere, prima di ogni cosa, funzionale alla narrazione e mai prevaricatrice. La sua luce, contraddistinta da una straordinaria capacità di introspezione, rimane tra le pagine più raffinate del nostro cinema. 

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