Il mostruoso come esorcismo. Il Godzilla giapponese e altri kaijū

             Il mostruoso come esorcismo. Il Godzilla giapponese e altri kaijū

Prosegue la rubrica di Ludovico Cantisani dedicata all’antropologia dell’apocalittica cinematografica.

Il principio fondamentale, sempre misconosciuto, è che il doppio e il mostro sono una cosa sola. Il mito, naturalmente, mette in rilievo uno dei due poli, generalmente il mostruoso, per dissimulare l’altro. Non c’è mostro che non tenda a sdoppiarsi, non c’è doppio che non celi una segreta mostruosità. È al doppio che si deve dare la precedenza, senza tuttavia eliminare il mostro; nello sdoppiamento del mostro quella che affiora è la struttura vera dell’esperienza.

René Girard, La violenza e il sacro, cap. VI

Apocalisse e sacrificio. Il cristologico inquieto di Andrej Tarkovskij

Apocalisse e sacrificio. Il cristologico inquieto di Andrej Tarkovskij

A pensare a Sacrificio viene sempre in me un’esitazione, quasi un terrore panico. Nessun film ha saputo aprire tali abissi di pensiero come l’opera ultima di Tarkovskij. Aleksandr (Erland Josephson) è un uomo di mezza età. Un tempo attore, adesso intellettuale e studioso, è sostanzialmente un uomo stanco di tutto. «Come sono i tuoi rapporti con Dio?» – «Assenti» è una delle prime battute del film. Aleksandr vive ritirato su un’isola semideserta con la moglie Adelaide, che non ama, le due domestiche Maria e Julia e il figlioletto affettuosamente soprannominato Piccolo Uomo, temporaneamente muto a seguito di un’operazione alla gola. Assieme alla sua casa di legno, il figlio è l’unica cosa che Aleksandr ancora ama. «In principio era la parola, ma tu stai zitto come il salmone», gli dice in una delle prime scene del film, dopo aver piantato con lui un albero mentre gli racconta la storia di un monaco che innaffiò ogni giorno un albero secco finché questo non fiorì.

L’amore come eschaton laico (seconda parte). Il Cristo nascosto

L’amore come eschaton laico (seconda parte). Il Cristo nascosto

Nei precedenti articoli, applicando al cinema di fantascienza il modello di analisi proposto da La fine del mondo di De Martino per le apocalissi culturali, siamo partiti dai disaster movies di Roland Emmerich, che nel loro sottotesto rivelano ampie influenze dell’apocalittica cristiana, attraversando poi una serie di altri registi dall’immaginario post-apocalittico fino ad arrivare a Melancholia di Lars von Trier, apocalisse omnidistruttiva e atea; dal finale di Melancholia siamo poi ripartiti per mostrare come alcuni dei più recenti film che rappresentavano un mondo prossimo alla fine indicassero in un amore laico, famigliare o di coppia, l’ultima difesa contro l’apocalisse incombente. A questo punto vale la pena di rispolverare due delle più significative saghe di fantascienza degli anni ‘80-’90, che si relazionavano con la prospettiva dell’Apocalisse da un’ottica piuttosto particolare. La saga di Alien, iniziata nel 1979 con il capolavoro di Ridley Scott, racconta di gruppi di esseri umani che, vagando nello spazio, entrano in contatto con una specie aliena ferina e letale, gli xenomorfi. Se gli xenomorfi arrivassero sulla terra spazzerebbero via rapidamente ogni altra forma di vita; capeggiati nei primi quattro film della saga dall’iconico personaggio di Ellen Ripley (Sigourney Weaver), gli umani devono allora ad ogni costo tenerli lontani dalla Terra, combattendo, parallelamente, anche le corporazioni

L’amore come eschaton laico (prima parte). Solo gli amanti sopravvivono

L’amore  come  eschaton  laico  (prima  parte).  Solo  gli  amanti  sopravvivono

La nausea o la noia o l'assurdo o l'incomunicabilità, la catastrofe della figura o della melodia a noi interessa soltanto come clinici della cultura, che intendono partecipare a un consulto decisivo. Senza dubbio non si tratta della concezione oggettivistica della malattia, che da una parte pone il medico sano e, dall'altra, il malato: qui il medico che lotta contro il morbo lo deve vincere prima di tutto in se stesso.

Ernesto De Martino, La fine del mondo, cap. V

Per il legame inestricabile che nella cultura occidentale si è venuto a formare fra Apocalisse e fede religiosa in un eschaton positivo (ma anche fra Apocalisse e condanna degli ingiusti, Apocalisse come castigo quindi), è inevitabile che gran parte dei film apocalittici contengano tematiche di fede, sia pure come meri accenni o semplici sottotrame. Abbiamo già parlato della tematica scritturale che avvolge tutto Codice: Genesi. Anche Io sono leggenda di Will Smith, di pochi anni anteriore, mostrava due degli ultimi sopravvissuti della razza umana litigare sul fatto che Dio esistesse o no; nel romanzo Cell di Stephen King, subito dopo che un misterioso segnale trasmesso dai telefonini ha trasformato gran parte dell’umanità in zombie, i tre protagonisti in fuga da Boston hanno uno scontro prima verbale e poi addirittura fisico con una testimone di Geova che li accusava di fornicazione e che vede tutta l’epidemia zombie come un castigo divino contro l’aborto legalizzato.

Après moi le déluge. Melancholia di Lars von Trier e l’apocalittica psicopatologica

Après moi le déluge. Melancholia di Lars von Trier e l’apocalittica psicopatologica

La crisi nelle arti dell’occidente è crisi nella misura in cui la rottura con un piano teologico della storia e con il senso che ne derivava (piano della provvidenza, piano dell’evoluzione, piano dialettico dell’idea) diventa non già stimolo per un nuovo sforzo di discesa nel caos e di anabasi verso l’ordine, ma caduta negli inferi, senza ritorno, e idoleggiamento del contingente, del privo di senso, del relativo, dell’irrelato, dell’incomunicabile, del solipsistico… Sussiste il pericolo, nell’attuale congiuntura culturale, di molte catabasi senza anabasi: e questo è certamente malattia.

Ernesto De Martino, La fine del mondo, cap. V

Una donna affetta da depressione manda all’aria il suo matrimonio il giorno stesso delle nozze. Pochi mesi dopo un pianeta gigantesco si scontra con la Terra distruggendo ogni forma di vita, se non il pianeta stesso. Questa è, in una sintesi estrema ma fedele, la trama di Melancholia di Lars von Trier, presentato con non poco clamore al Festival di Cannes 2011, e dove la sua protagonista Kirsten Dunst ha vinto il Prix d'interprétation féminine.

Capitolo centrale della cosiddetta “Trilogia della depressione” del regista danese, Melancholia è allo stesso tempo una riflessione molto attenta e personale sulla depressione e una rappresentazione poetica e orgogliosamente anti-scientifica della fine del mondo. Lo spunto per Trier nacque da una seduta di psicoterapia a seguito di uno dei numerosi episodi depressivi di cui il regista ha fatto esperienza nel corso della vita; in quell’occasione il suo terapeuta gli aveva detto che in situazioni di pericolo le persone affette da depressione reagiscono in un modo più calmo e “razionale” perché pensano in partenza che tutto andrà nel peggiore dei modi. L’idea di questo rovesciamento dei ruoli confluì poi, complice il dilagare sul web di teorie apocalittiche all’avvicinarsi del fatidico 2012, in una storia divisa in due parti: il primo atto, intitolato Justine, dal nome della protagonista, mostra la festa per il matrimonio fra Justine e Michael, che lei rovina isolandosi in camera, rifiutandosi di avere rapporti con il neomarito e facendo sesso infine con un ragazzo a caso; basta questa serata a distruggere il suo matrimonio e a farle perdere il lavoro. Il secondo atto è intitolato Claire, dal nome della sorella della protagonista, interpretata da Charlotte Gainsbourg; mostra Justine, Claire, il figlio e il marito di quest’ultima prepararsi a vedere il passaggio davanti alla Terra del pianeta errante Melancholia, che però all’ultimo – come predetto da Justine – cambia la sua rotta dirigendosi contro il nostro pianeta.

Umanità come presenza. L'immaginario post-apocalittico

Umanità come presenza. L'immaginario post-apocalittico

Dopo il primo articolo Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche. L’escatologia di Roland Emmerich, prosegue la serie di Ludovico Cantisani sul tema dell’Apocalisse nel cinema contemporaneo. L'analisi prende spunto da La fine del mondo di Ernesto De Martino e dalla differenza da lui posta tra apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche.


L’
esserci come esser-nel-mondo rimanda alla vera condizione trascendentale del doverci essere. L’uomo è sempre dentro l’esigenza del trascendere, e nei modi distinti di questo trascendere l’esistenza umana si costituisce e si trova come presenza al mondo, esperisce situazioni e compiti, fonda l’ordine culturale, ne partecipa e lo modifica. Linguaggio, vita politica, vita morale, arte e scienza, filosofia, simbolismo mitico-rituale procedono da questo ethos: l'antropologia non è che la presa di coscienza sistematica di questo ethos, la determinazione dei distinti modi del suo manifestarsi storico.

Ernesto De Martino, La fine del mondo, cap. 2

Una questione di luce. Ricordando Alfio Contini

                                                                                                                                                         Una questione di luce. Ricordando Alfio Contini

Ci ha lasciato Alfio Contini, tra i maggiori autori della cinematografia del nostro cinema: con lui se ne va un altro prezioso tassello della nostra storia culturale. Indiscusso anticipatore dello stile fotografico moderno applicato alla settima arte, Contini ha illuminato pellicole che si sono rivelate grandi successi di critica e di pubblico. Nella storia di quel processo creativo che è la fotografia cinematografica, occupa un posto di rilievo, fin dagli inizi, quando incomincia a muovere i primi passi nell’Italia del Neorealismo, quando a seguire attraversa gli anni della dolce vita e del boom economico, quando illumina dapprima la commedia cosiddetta “all’italiana” e poi un cinema decisamente meno leggero e più impegnato, e quando infine partecipa a una nuova stagione della commedia. Fedele collaboratore di Dino Risi, con il quale gira sette pellicole, tra le quali Il sorpasso, uno dei capolavori indiscussi del cinema italiano, Contini sembra a proprio agio nel cinema brillante, ma non tralascia incursioni nel cinema più esplicitamente d’autore. Collabora per esempio con Liliana Cavani, in film come Galileo e Il portiere di notte, Vittorio De Sica ne I girasoli, Michelangelo Antonioni, per Zabriskie Point e Al di là delle nuvole, fino a cimentarsi con il teatro classico con la trasposizione cinematografica di The Trojan Women del greco Michael Cacoyannis. Da ricordare il sodalizio con Adriano Celentano, con il quale gira, tra i tanti, il musical Yuppi du, film di grande successo.

Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche. L’escatologia di Roland Emmerich

Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche. L’escatologia di Roland Emmerich

È di recente pubblicazione per Einaudi la nuova edizione del saggio La fine del mondo di Ernesto De Martino. Come ogni studioso ed ogni appassionato di antropologia sa, La fine del mondo è un capitolo per così dire “maledetto” della produzione bibliografica del nostro antropologo più fecondo: iniziato nei primi anni ’60, annunciato nel 1964 in un articolo nella rivista «Nuovi argomenti» con il titolo di Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche, il saggio restò incompiuto a causa della prematura morte di De Martino nel 1965. Pochi mesi dopo la sua scomparsa iniziò fra i suoi collaboratori un intenso lavoro di catalogazione dei frammenti del saggio, che dopo parecchie vicissitudini vide la luce nel 1977, a cura dell’allieva Clara Gallini. Gli inevitabili limiti di questa prima edizione hanno spinto Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio a rimettere mano all’immenso archivio De Martino, realizzando una seconda e più efficace edizione di questa incompiuta opera-mondo che è uscita in Francia nel 2016 e in Italia lo scorso autunno. Complice la situazione attuale creata dal Coronavirus, la lettura de La fine del mondo nella sua nuova, brillante edizione mi ha portato a concepire l’idea di un viaggio a puntate attraverso le varie apocalissi cinematografiche, da Roland Emmerich ad Andrej Tarkovskij, passando per Lars von Trier e molti altri.

Tragedia per sottrazione. Conversazione con Andrea Pallaoro

Tragedia per sottrazione. Conversazione con Andrea Pallaoro

Andrea Pallaoro, nato a Trento nel 1982, vive stabilmente in America da vent’anni. Formatosi al California Institute of Arts, nel 2013 ha presentato la sua opera prima, il dramma rurale Medeas, alla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia. Quattro anni dopo tornava a Venezia con Hannah, una coproduzione europea che ha fruttato alla sua protagonista Charlotte Rampling la Coppa Volpi. È attualmente in preparazione il suo terzo film, Monica, su una donna transessuale che va a fare visita alla madre morente dopo trentacinque anni di assenza. Tra i registi più interessanti in circolazione, Pallaoro sembra uno dei pochi che ancora si sforzi di portare avanti una riflessione teorica e artistica sul cinema, sulla sua sintassi e sui modi originali ed efficaci di cambiarne le regole. Medeas e Hannah sono esperienze emotive uniche, calibratissime, in cui la tragedia che i protagonisti affrontano si "spalma" lungo tutto il corpo dell'opera attraverso una narrazione ipnotica e palpitante.

La comunità umana vent’anni dopo: "Festa" di Franco Piavoli

La comunità umana vent’anni dopo: "Festa" di Franco Piavoli

In occasione del lancio di Festa di Franco Piavoli sulla piattaforma per il cinema indipendente Indiecinema, della quale Artdigiland è partner, pubblichiamo un estratto del nostro volume in uscita sul Maestro. Il libro, di Filippo Schillaci, sarà presentato nella seconda metà di aprile presso la Casa del Cinema di Roma (data da definire), in un evento in collaborazione con CSC - Cineteca Nazionale che ci permetterà di rivedere insieme Il pianeta azzurro. In fondo al testo un’offerta per chi vorrà preacquistare il libro.

Come un sasso in uno stagno. Conversazione con Luca Gorreri

Come un sasso in uno stagno. Conversazione con Luca Gorreri

Artdigiland è partner di Indiecinema.it, la piattaforma on line per il cinema indipendente. In occasione del lancio sulla piattaforma del film di Luca Gorreri Sassi nello stagno e della serata di presentazione alla presenza dell’autore, a Roma, il 6 febbraio 2020, intervistiamo Luca sulla sua avventura cinematografica. Gorreri nasce a Parma il 21 dicembre 1970. Racconta che fin da piccolo dimostra una predilezione per le immagini e una spiccata introversione che gli complicheranno la vita ma svilupperanno una passione per il cinema. Da ragazzo aiuta il padre a riprendere matrimoni e cerimonie imparando ad usare le prime videocamere e sfrutta queste competenze per realizzare insieme ad amici alcuni film amatoriali. Frequenta i corsi della Scuola di Cinema Mohole di Milano, effettua riprese di eventi, concerti e per videoclip, ma la strada che desidera percorrere è quella del documentario. Adora i film sperimentali e la nouvelle vague: Godard, Truffaut, Bressane. Ama le figure dei "perdenti", animati da passioni inestinguibili, come Ed Wood. Tra i suoi amori anche la fantascienza anni '50 e i fumetti, soprattutto Magnus e Jack Kirby. È per le visioni insolite e particolari. Sassi nello stagno è la sua opera prima (soggetto, regia, produzione).
I dettagli per la partecipazione alla serata del 6 febbraio al Caffè letterario li trovate
qui.

La poesia è un corpo vivente. Conversazione con Alessandro Negrini

La poesia è un corpo vivente. Conversazione con Alessandro Negrini

In collaborazione con Ruairi Conneely. L’intervista è stata registrata a Dublino, grazie a Writers’ Garage. La foto di Alessandro Negrini è di Simone Paccini. Artdigiland è partner di Indiecinema, la prima piattaforma italiana per il cinema indipendente. Giovedì 30 gennaio a Roma (Caffè Letterario, via Ostiense 95), a partire dalle 19.30, serata Indiecinema in occasione del lancio sulla piattaforma di Tides - Maree di Alessandro Negrini, film che, tra gli altri premi, ha ottenuto a Londra il Gold Movie Awards per il documentario. Dopo la proiezione, incontro con il regista moderato da Silvia Tarquini. Invitandovi a scoprire questo film e il suo autore, anticipiamo in questa intervista alcuni temi della serata.

Cinema delle cose dimenticate. Conversazione con Giuseppe Carrieri

Cinema delle cose dimenticate. Conversazione con Giuseppe Carrieri

Giuseppe Carrieri (Napoli, 1985) si definisce «regista, docente universitario, un po’ esploratore». Attratto dall'umanità dimenticata e dai paesaggi nascosti, coltiva nel cinema della realtà la sua principale forma di espressione. Nel 2013, con In Utero Srebrenica, racconta le madri bosniache alla ricerca delle ossa dei propri figli vent'anni dopo il genocidio, guadagnando la nomination al David di Donatello e numerosi premi internazionali. Nel 2017, con Hanaa, ci parla dei matrimoni precoci attraverso un film-viaggio che si muove fra India, Siria, Perù e Nigeria). Le Metamorfosi, presentato lo scorso anno alla Festa del Cinema di Roma, è il suo primo esperimento di docu-fiaba, girato nella sua città d'origine, Napoli. Dal 2018 è docente del Laboratorio Avanzato di Regia Cinematografica dell'Università IULM di Milano e collabora con diverse emittenti televisive nazionali e internazionali. (Intervista di Ludovico Cantisani)

Nasce la piattaforma Indiecinema. Conversazione con Fabio Del Greco sul cinema d'essai in streaming

Nasce la piattaforma Indiecinema. Conversazione con Fabio Del Greco sul cinema d'essai in streaming

Anche in Italia finalmente qualcosa si muove sul fronte delle piattaforme digitali per il cinema indipendente. Mentre Adriano Aprà annuncia, nel convegno Fuorinorma del 14 dicembre 2019, uno sbocco digitale per la sua selezione di opere neosperimentali, è già in azione la piattaforma Indiecinema.it. Abbiamo incontrato il fondatore Fabio Del Greco per conoscere le caratteristiche di questo nuovo soggetto distributivo.

A VR Movie to Rethink Matera

A VR Movie to Rethink Matera

The womb of Matera hosts the extraordinary triptych Lucania ’61 by Carlo Levi, containing many of the values that, now just as formerly, characterise Basilicata and its people. Essentially, this means frugality, slowness, attachment to the land and environment that make Matera today not only a landmark of “lucanità”, of the South and the Mediterranean, but a prototype of an ecological town, in which the archetype finally merges with modernity. The Piedmontese intellectual achieved this monumental work for the one-hundredth anniversary of the Italian Unification, dedicating it to the Lucanian poet Rocco Scotellaro to honour their mutual profound esteem. Scotellaro, in the first picture on the right, harangues the crowd of peasants on the square of Tricarico with its usual momentum of active citizens, in order to praise that new cultural dawn for the Lucanians, which today finds its turning point in Matera European Capital of Culture 2019. This allows the town to shake off the unpleasant label of “national shame” (quoted Palmiro Togliatti, 1948) and open with resilience to a new destiny and a new identity. Lucania ’61 is consequently the best “anthropological film” that speaks of us, people of the South: a work in which the utopian figure of the town crier-poet, the citizen-mayor, is sculpted, inciting his fellows toward progress and the emancipation of the “last”, with the force of words and ideas, as weighty as millstones in the great vice of “choral autism” that all too often oppresses the Italian South. It was Levi and Scotellaro: they were the flames that inspired the MaTerre project carried out by Rete Cinema Basilicata co-designed with the Matera Basilicata 2019 Foundation and numerous other local, national and international partners.

Un film in VR per ripensare Matera

Un film in VR per ripensare Matera

Nel ventre di Matera dimora lo straordinario trittico Lucania ’61 di Carlo Levi nel quale sono racchiusi molti dei valori che, oggi come ieri, caratterizzano la Basilicata e la sua gente. Parliamo essenzialmente di frugalità, lentezza, appartenenza alla propria terra e al proprio ambiente, che fanno oggi di Matera non solo un landmark della “lucanità”, del Sud e del Mediterraneo ma un prototipo di città ecologica dove l’archetipo va finalmente a nozze con la modernità. L’intellettuale piemontese realizzò la monumentale opera in occasione del centenario dell’Unità d’Italia dedicandola al poeta lucano Rocco Scotellaro in onore della profonda stima che li legava. Scotellaro, nella prima tavola del dipinto, arringa la folla di contadini nella piazza di Tricarico con il suo abituale impeto di cittadinanza attiva per inneggiare quella nuova alba culturale per i Lucani che ha trovato oggi snodo cruciale in Matera Capitale Europea della Cultura 2019, con la quale la città si scrolla di dosso la scomoda etichetta di “vergogna nazionale” (cit. Palmiro Togliatti, 1948) per aprirsi resilientemente a nuovi destini e nuove identità. Lucania ’61 è pertanto il più bel “film antropologico” che ci parla di noi, gente del Sud, un’opera in cui in un tempo scolpito si erge la figura utopica di un banditore poeta, il Sindaco-contadino, che incitando i suoi conterranei cerca il progresso e l’emancipazione degli “ultimi” con la forza della parola e delle idee, pesanti come macigni nel grande vizio di ”autismo corale” che troppo spesso grava sul Mezzogiorno italiano. Sono stati proprio loro, Levi e Scotellaro, i fuochi che hanno ispirato il progetto MaTerre realizzato da Rete Cinema Basilicata in coprogettazione con la Fondazione Matera-Basilicata 2019 e numerosi altri partner locali, nazionali ed internazionali.

Tundra fertile. Conversazione con Federico Mattioni

Tundra fertile. Conversazione con Federico Mattioni

Federico Mattioni (Vetralla, VT, 1981) è un regista indipendente italiano. Laureato al DAMS di Tor Vergata, dopo una lunga serie di cortometraggi, più volte sviluppati nell’ambito del festival Cinemadamare, ha realizzato i suoi primi due lungometraggi, Dalle parti di Astrid (2016) e Tundra (2019), rimanendo fedele alla dimensione dell’indie e alla componente personale e immaginativa che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti. Questa intervista prende spunto dalla sua prima “personale”, un ciclo di proiezioni di quattordici cortometraggi e del film Tundra che ha avuto luogo in ottobre 2019 al Teatro Flavio di Roma e dall’occasione del casting per il suo nuovo progetto, Breve idillio.

Nascita di un post-realista. Conversazione con Ludovico Cantisani

Nascita di un post-realista. Conversazione con Ludovico Cantisani

Ludovico Cantisani, nato a Roma nel 2001 da una famiglia di origine meridionale, ha scritto, diretto e prodotto il cortometraggio Penelopes, liberamente ispirato all’Ulisse di Joyce e patrocinato dall’Italian James Joyce Foundation. Partito sulla piattaforma di crowdfunding Ulule come corto a basso budget, Penelopes vanta la partecipazione del direttore della fotografia di Luciano Tovoli. Il film ha avuto la sua première a Terre di Cinema, a Catania, campus cinematografico diretto da Vincenzo Condorelli, ricco di eventi, anteprime e masterclass. 

SEGNALIAMO CHE E’ IN CORSO IL PROSSIMO PROGETTO PER “BILOGIA DELL’URLO“: https://www.produzionidalbasso.com/project/bilogia-dell-urlo-tovoli-la-torre-cantisani/

Mother Fortress. Intervista a Maria Luisa Forenza

Mother Fortress. Intervista a Maria Luisa Forenza

Incontriamo Maria Luisa Forenza. Laureata in Lingue e letterature straniere, si diploma in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia, a Roma, con Duetto, tratto dai Racconti romani di Alberto Moravia, interpretato da Giulio Brogi. Assistente per Dino Risi, Francesco Maselli, Giancarlo Sepe, dopo una scholarship alla Academy of Arts di Belgrado con il regista serbo Dusan Makavejev, si dedica prevalentemente a documentari dal taglio storico-sociale, girati in Italia e all’estero, con produzione e distribuzione Rai, Rai-Trade, History Channel (Usa-Uk), Netflix. Fra questi: Guatemala Nunca Mas (con Rigoberta Menchù), Mussolini: l’ultima verità, Albino Pierro: inchiesta su un poeta, da cui nasce uno spettacolo teatrale multilingue con Agneta Eckmanner, in scena a Roma e Stoccolma.

Concepito a San Francisco, presentato e premiato con la Menzione Speciale dal Tertio Millennio Film Festival, Mother Fortress è l’ultimo risultato di questo percorso. Ci è sembrata un’operazione dallo spessore antonioniano, una riflessione sul male e sul bene intesi in senso metafisico, indagati nel loro mistero con un linguaggio autentico e potente, un road movie nella luce mediterranea, colta con splendida fotografia sia nella sua spettacolare potenza sia nella penombra di un luogo mistico come un Monastero.

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Mother Fortress. Interview with Maria Luisa Forenza

Mother Fortress. Interview with Maria Luisa Forenza

We meet Maria Luisa Forenza. She graduated in Foreign Languages and Literatures, in Directing at the Experimental Center of Cinematography-Rome, with Duetto, based on Alberto Moravia's “Roman Tales”, played by Giulio Brogi. Assistant to Dino Risi, Francesco Maselli, Giancarlo Sepe, after a scholarship at the Academy of Arts in Belgrade with the Serbian director Dusan Makavejev, she mainly dedicates herself to documentaries with a historical-social slant, shot in Italy and abroad, with production and distribution Rai, Rai-Trade, History Channel (Usa-Uk), Netflix. Among these: Guatemala Nunca Mas (with Rigoberta Menchù), Mussolini: the last truth, Albino Pierro: investigation of a poet (from which a multilingual theatrical show with Agneta Eckmanner, staged in Rome and Stockholm). Conceived in San Francisco, presented and awarded for Special Mention and Best Documentary in Film Festivals, Mother Fortress is the latest result of this cinematographical journey. It seemed to us an operation as for Antonioni’s depth, a reflection on evil and good understood in a metaphysical sense, investigated in their mystery with an authentic and powerful language, a road movie in the Mediterranean light, captured with splendid photography both in its spectacular power and in the dim light of a mystical place like a monastery.