Nel 1987, anno della sua morte prematura, Lino Ventura era uno dei “duri” per eccellenza del cinema d’Oltralpe insieme a Jean Gabin, Alain Delon, Jean-Paul Belmondo. Protagonista di tante storie di criminali, balordi, emarginati, risultava uno degli attori più amati dai francesi. Alla sua morte molti furono i film trasmessi per ricordarlo e i ricordi e omaggi dei media. Ventura morì improvvisamente a 68 anni per una crisi cardiaca, mentre stava per cominciare a lavorare a I giorni del commissario Ambrosio di Corbucci, film segnato da una travagliata produzione e uscito sul finire dell’ottobre 1988, nel quale avrebbe dovuto ricoprire un ruolo di protagonista sul modello dei suoi personaggi precedenti. Il film fu poi interpretato da Ugo Tognazzi.
Nato a Parma come Angiolino Giuseppe Pasquale Ventura (14 luglio 1919 – 22 ottobre 1987), l’attore ha attraversato la seconda metà del Novecento con una vita difficile ma avvincente, una vita per certi versi simile a quella degli anti-eroi tormentati a cui ha prestato il suo volto sugli schermi cinematografici e televisivi.
Ventura arriva in Francia, a Parigi, da bambino, nel 1926, con sua madre, dopo che entrambi erano stati abbandonati dal padre, rappresentante di commercio, e comincia ben presto a svolgere i lavori più svariati. A nove anni fa il fattorino, poi il meccanico, poi il portiere di notte. A quindici anni è ragazzo di bottega alla CIT, la compagnia italiana del turismo a Parigi, a sedici si dà alla lotta greco-romana, sino a diventare un apprezzato lottatore professionista e a laurearsi campione d'Europa nel 1950, a 31 anni, con lo pseudonimo di Angelo Borrini.
A vent’anni, ancora cittadino italiano nella Francia occupata dalle truppe nazionalsocialiste, appena dopo aver incontrato Odette Lecomte, l’amore di una vita, viene chiamato alle armi e deve raggiungere le truppe di Mussolini. Il 19 aprile 1942, in una caserma vicino a Gorizia, assegnato al 24esimo reggimento di fanteria con compiti di presidio verso il territorio jugoslavo, Ventura pare cedere alla disperazione: «Amore mio, certi momenti mi prendo la testa fra le mani e credo di diventare pazzo», scrive a Odette. Di lettere simili ne scriverà altre trecento: preziose testimonianze, prove inequivocabili di una ribellione agli orrori della guerra e di uno sconforto che lo porterà a disertare e ad assumere l’identità del bretone Lucien Vernot. Come ricorda il bel libro Attends-moi mon amour di Clelia Ventura e Léon Ventura, (Flammarion edizioni, 2021), Odette fu convocata dalla Gestapo per rintracciare il marito, ma giurò di non averne più informazioni (il futuro attore, in realtà, era nascosto in un piccolo villaggio). Se la diserzione fu poi archiviata dallo Stato italiano, la drammatica esperienza della guerra disegna sul suo volto un’espressione malinconica e disincantata e lo porterà a ricercare sempre un’autenticità e a empatizzare con diverse prospettive umane.
Già abbastanza noto grazie per le sue imprese sportive, viene notato da Jean Gabin, che lo aiuterà ad affermare la sua maschera di duro, e dal regista Jacques Becker, che lo lancia nel film Grisbì (Touchez pas au grisbi, 1953), nel ruolo del brutale gangster Angelo. Nel giro di un decennio, prenderà parte a capolavori come Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l'échafaud, 1958) di Louis Malle e Asfalto che scotta (Classe tous risques, 1960) di Claude Sautet, mentre negli anni ’60 prenderà parte a pellicole come Un tassì per Tobruk (Un taxi pour Tobrouk, 1961), un dinamico poliziesco con Belmondo diretto da Denys de La Patellière, Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica; Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide (Le Deuxième Souffle, 1966) di Jean Pierre Melville, considerato una pietra miliare del genere poliziesco e noir, Il clan dei siciliani (Le Clan des Siciliens, 1969) di Henri Verneuil, Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu, 1969), straordinario poliziesco per la regia di Josè Giovanni e L’armata degli eroi (L’armée des ombres, 1969), dolente e cupo omaggio ai partigiani francesi che avevano combattuto il nazismo, diretto ancora da Melville.
Negli anni ’70, poi, Ventura prende parte ad alcune brillanti commedie come L'avventura è l'avventura (L'aventure c'est l'aventure, 1972), diretto da Claude Lelouch, incentrato sulle gesta di cinque “simpaticissime canaglie”, Il rompiballe (L'emmerdeur, 1973) diretto da Édouard Molinaro, in cui interpreta il killer professionista Ralf Milan incaricato dalla mafia di eliminare uno scomodo testimone ma ostacolato dal rappresentante François Pignon, in crisi depressiva per essere stato piantato dalla moglie, nonché Una donna e una canaglia (La bonne année, 1973), diretto ancora da Lelouch, che narra l’amore tra uno scassinatore e un’antiquaria. In questo decennio avviene la sua definitiva consacrazione a star del cinema mondiale: Ventura viene chiamato da Francesco Rosi per Cadaveri eccellenti (1976), in cui interpreta un ispettore di polizia capace di ottenere le prove di un disegno eversivo che coinvolge le alte sfere dello Stato, e da Giuseppe Ferrara per Cento giorni a Palermo (1984), opera incentrata sulla figura del generale piemontese Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato a seguito di un attacco coordinato da Cosa nostra. Pellicole di grande rilievo, che non riescono però a entusiasmare i critici italiani: film “complicati”, troppo “politici” per un periodo storico che iniziava ad essere sempre più segnato dall’intrattenimento a buon mercato, dall’ingegneria narrativa televisiva, da quelle mutazioni della nostra percezione della realtà, indagate da studiosi come Jean Baudrillard, Jacques Derrida, Guy Debord, per le quali alla cosa si preferisce l’immagine, all’oggetto il suo simulacro. Pellicole “disturbanti”, perché capaci di cogliere lo zeitgeist dei cosiddetti anni di piombo (1969 – primi anni '80), segnati da tentati colpi di Stato (ad esempio il golpe Borghese avvenuto in Italia durante la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, organizzato dal fondatore del Fronte Nazionale Junio Valerio Borghese), da stragi di matrice neofascista e dalla lotta armata di gruppi di estrema sinistra come le Brigate Rosse, da sequestri eccellenti come quello del Presidente della DC Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo 1978, ormai sempre più considerato parte di una cospirazione internazionale che ha visto la partecipazione di servizi segreti stranieri al fianco di organizzazioni criminali.
Ventura, che per un’incredibile stravaganza in Italia è considerato un attore francese mentre per il resto del mondo è l’attore italiano per eccellenza, dal dicembre 1965, dopo un appello televisivo volto ad attirare l'attenzione sulle difficoltà dei bambini disabili e le loro famiglie, si è impegnato a fondo per aiutare questi ultimi promuovendo manifestazioni pubbliche e sovvenzionando con donazioni private numerosi istituti di ricerca medica. Soprattutto, ha creato l’associazione umanitaria Perce-Neige, che sopravvive dopo la sua morte come Fondazione, e che ha anticipato di cinquant’anni la legge sul “dopo di noi”, approvata in Italia solo nel 2016.
C’era un uomo di straordinaria sensibilità e capace di grande impegno, dunque, dietro il grande attore Lino Ventura, il cui volto e la cui presenza scenica rappresentano ancora oggi un’icona dell’epoca d’oro del polar.
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